Infiltrazioni nella PA, non lasciamo cadere il monito di Gratteri

di Giuseppe D’IPPOLITO. Attivista del Meetup 5 Stelle Lamezia, candidato M5S alla Camera (collegio uninominale Catanzaro-Lamezia)

La relazione della Direzione nazionale antimafia circa il primo semestre del 2017 ha fatto emergere che a Lamezia Terme c’è «un processo di avvicinamento di nuove reclute». Ciò «a dimostrazione della volontà delle cosche del luogo, gravemente colpite dalle indagini di polizia giudiziaria, di mantenere alta la pressione sul territorio attraverso danneggiamenti e atti intimidatori a commercianti ed imprenditori».

In questo caos di campagna elettorale, il resoconto della Dna è passato inosservato, ma non ai miei occhi. Nella stessa relazione il quadro del pericolo è nitido quanto preoccupante. Lo confermano le operazioni dei mesi scorsi “Nuove Leve” e “Filo Rosso”, che hanno portato a contestare plurimi episodi estorsivi, finalizzati al controllo mafioso del territorio.

La relazione ha evidenziato il consolidamento, da parte della ‘ndrangheta lametina, di rapporti con le ‘ndrine di San Luca e con soggetti di origine albanese, nonché «un tentativo di affiliazione di nuove leve, finalizzato a mantenere sempre saldo il controllo del territorio».

La parte del documento redatta dalla Dia – guidata dall’ottimo Nicola Gratteri (al centro nella foto sopra, nda), che da tempo, e con alto senso dello Stato, ha lanciato l’allarme sull’inquinamento della pubblica amministrazione – ha posto in risalto, tra l’altro, la connotazione unitaria delle ‘ndrine, «orientate verso l’affermazione, anche fuori regione, dei “comportamenti” mafiosi che le identificano, senza ovviamente trascurare l’acquisizione di nuovi mercati e spazi criminali, ivi compresi quelli offerti dalle ‘maglie larghe’ di frange colluse della pubblica amministrazione».

Per il primo semestre del 2017, dunque, si continuano a rappresentare «importanti segnali sia di radicamento che espansionistici fuori dalla Calabria, in entrambi i casi finalizzati a permeare i gangli strategici dell’economia, dell’imprenditoria e finanche della pubblica amministrazione». Oltre al mercato internazionale della droga, ci sono i tentativi di infiltrazione dell’economia sana, in particolare nella fornitura di energia elettrica, anche da finti rinnovabili, e nei giochi e scommesse. «La forza della ‘ndrangheta – rimarca la relazione – risiede nella capacità di coniugare il vecchio e il nuovo, come testimoniano gli atti di violenza ed intimidazione comunque perpetrati, anche se solo come extrema ratio e sicuramente successivi alle altre strategie di convincimento».

Questi elementi, uniti alle risultanze dell’operazione “Stige”, su cui mi sono a lungo soffermato, di là dal loro effettivo rilievo penale pongono un problema politico di fondo: la magistratura accerta fatti e reprime reati, la politica ha il compito di guardare alla questione morale, sia all’interno dei partiti, sia per quanto riguarda i rapporti con imprenditori ritenuti vicini o interni all’organizzazione mafiosa.

Non possiamo basarci sulle sentenze o sull’evoluzione dei procedimenti penali, ferma restando la presunzione di innocenza, pilastro della civiltà giuridica. Soprattutto queste elezioni saranno decisive per distinguere quali candidati e quali forze politiche intendano intervenire con atti e fatti concreti per tenere il virus della ‘ndrangheta lontano dalla gestione del potere pubblico.

E qui riverbero le parole del procuratore capo della Dna, Federico Cafiero De Raho (in foto, nda), che, in una recente intervista a Il Fatto Quotidiano, ha dichiarato: «Siamo lontani dall’etica che dovrebbe essere, invece, indicatore di un cambiamento». «In territori come la Calabria – ha precisato il numero uno della Dna – credo che le situazioni equivoche continuano a determinare e a favorire quella confusione che è la prima forza delle mafie. Alla fine i soggetti che rappresentano la società, quelli che gestiscono il potere legale sono quegli stessi che provengono dal mondo dell’illegalità. Quando la politica non riesce a svolgere questa selezione, devono essere necessariamente gli elettori a farlo. I risultati ce lo diranno. Riusciremo a capire se, finalmente, gli elettori faranno quella selezione che non è stata in grado di fare la politica».

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