Perchè sosteniamo la protesta di Raffaele Fazio

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Raffaele Fazio, 65 anni, falegname da Serrastetta, emigrato a Torino, dove ha incontrato la mafia. E’ tornato a vivere in Calabria da dove reclama giustizia e solidarietà.

Arrivato nel 1991 in Valsusa (TO), un compaesano gli presenta tale Cesare Polifroni, dicendogli “ti puoi fidare, è una persona per bene, un costruttore, un calabrese come noi”. Fazio non sapeva che, in realtà, Cesare Polifroni, nato a Ciminà nella Locride, era pesantemente coinvolto nel traffico internazionale di droga: amico di Giacomo Riina, zio di Totò; del colombiano Pablo Escobar, re del narcotraffico internazionale, e di Frank “Tre dita” Coppola.

La DIA lo conosce bene, Fazio no e, vista l’ottima referenza presentatagli dal suo compaesano si fida e si mette a lavorare (come falegname) per lui. Ma da allora inizia la sua odissea: Polifroni, dopo un primo periodo tranquillo, inizia a ritardare nei pagamenti; poi rifila al Fazio assegni fasulli che il falegname è costretto a rimborsare. A un cero punto Polifroni dice di voler sanare tutto e consegna al Fazio una cambiale di 50 milioni che viene accettata perché garantita da una Banca, ma anch’essa viene protestata. Fazio insorge, reclama il pagamento dei suoi lavori, minaccia di denunciare Polifronti per truffa e … il boss getta la maschera: non più assegni o cambiali fasulle, ma insulti, botte, ricatti e minacce. Fazio viene travolto dai debiti non pagati: gli pignorano la casa, chiude l’attività, gli vendono i macchinari, mette sulla strada gli operai e anche la moglie lo lascia portando con sé le figlie. Ma Fazio non demorde, agli investigatori che indagano sul dissesto fa nomi e cognomi, ma non gli credono. Allora prende carta e penna e, il 6 novembre 2014, presenta denuncia penale circostanziata e nominativa (contro Polifroni e “l’amico” che glielo aveva presentato) alla Procura della Repubblica e alla Direzione Distrettuale Antimafia di Torino chiedendo l’accertamento delle loro responsabilità e la loro condanna (N.B. su Polifroni già pendevano decine tra indagini e condanne giudiziarie tanto che, nel frattempo, era diventato un “pentito” di mafia).

Ma da quel novembre 2014, tutto tace. E senza una pronuncia giudiziaria, il Fazio non può accedere al fondo per le vittime di mafia che ormai, oggi, gli servirebbe solo per sopravvivere, da solo, malato e con il 65% di invalidità.

Ecco perché siamo dalla parte di Raffaele Fazio, ecco perché ieri eravamo al suo fianco mente si incatenava dinnanzi al palco di Trame 7 “Io non ho paura:

  • perchè Fazio è una delle tante vittime di mafia su cui non si sono accesi i riflettori e che vivono in silenzio tutte le loro difficoltà per non aver avuto paura di denunziare i propri carnefici;
  • perché non bisogna aver paura di gridare che non esistono vittime di mafia di serie A e di serie B, tutte vanno tutelate in equal misura e con identici metodi;
  • perché nessuna procura della repubblica deve aver paura di chiudere delle indagini contro mafiosi acclarati, anche se pentiti, specie se sono passati 30 mesi dal loro avvio;
  • perché non bisogna aver paura di combattere la mafia in tutte le sedi e in tutti i presidi di giustizia e non solo, iniziando con il fare il proprio dovere quotidiano.

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