La mafia è un problema culturale e morale

silenzio_mafia_2164399

Nei giorni scorsi il Corriere della Calabria ha ospitato una lettera di Antonino De Masi (La Calabria che non “puzza” deve scomunicare i mafiosi) sollevando un ampio dibattito sui social. Oggi a dare il suo contributo alla discussione, con una lettera a De Masi, è il giornalista Emiliano Morrone, fino conoscitore dei problemi sociali e culturali della nostra regione. Il Corriere della Calabria l’ha pubblicata (L’utopia (possibile) di Nino De Masi ). Il dibattito ci interessa e molto, per cui vi riproponiamo di seguito, la lettera di Emiliano Morrone.

Mio caro Nino,
ti anima la fede, sin da quando, ragazzo, respingesti da uomo la prima minaccia di ‘ndrangheta.
Conosco la tua passione civile, il tuo senso dello Stato, il tuo esempio quotidiano. Da te ho ricevuto una grande lezione, proprio nel tuo ufficio, in uno dei nostri colloqui sulle doppiezze della Calabria, splendida e amara assieme.
Mi dicesti che sono un folle, perché come te mi ostino a restare in questa terra, che ai suoi figli non lascia frutti, aria, futuro. Intanto ai più giovani.
Nel tempo ho capito il senso autentico di quel tuo giudizio: chi lotta cade e si rialza, soffre e poi si ravviva, continua a ogni costo.
In breve: non basta il coraggio, c’è bisogno d’altro. Serve lo spirito, cioè la convinzione profonda che azioni e parole non siano inutili, che valgano a costruire una società diversa, libera, solidale. Siamo ciò che lasciamo ai posteri, la carne muore.
Qui l’oppressione è costante, ha radici lontane. Prevale l’obbedienza meccanica al più forte. L’eguaglianza elaborata dal pensiero religioso e laico cede al mito del potente, rispettato, adulato, servito. Spesso la legge è un ostacolo e perfino un insulto: nei palazzi e corridoi della politica, negli uffici della burocrazia, nei covi dell’antistato e in parrocchie senza Cristo.
In Calabria la mentalità dominante ha un elemento distintivo: la repulsione, diffusa, per le norme che regolano i rapporti pubblici e privati. Pure nelle scuole manca una consapevolezza del fenomeno, che ha uno specifico antropologico, su cui non si è riflettuto abbastanza. Per Gesualdo Bufalino, «la mafia sarà vinta da un esercito di maestri elementari».
È irreale l’idea che siamo (in) Italia e dunque possiamo vivere con le stesse abitudini e aspirazioni degli altri territori del Paese, senza badare ai nostri mali più gravi. Si tratta di un’illusione generata da un capitalismo onnivoro, che fabbrica gusti, orientamenti e pedagogia da imporre alle masse, che accelera l’esistenza e cancella identità storiche e collettive.
Dal Pollino allo Stretto la magistratura sta smantellando organizzazioni e strutture criminali, con estrema abnegazione e, non di rado, dovendo controllare possibili distorsioni all’interno. Ha un compito arduo, molto rischioso.
A volte immagino che Nicola Gratteri si ritrovi come te in quel nostro dialogo di cui ho riferito, e che si domandi chi gliela fa fare, per poi proseguire con maggiore impegno e sacrificio.
Tu hai portato in tribunale pezzi da novanta della finanza italiana; per esempio Cesare Geronzi e Matteo Arpe. Ne discuto di là dalla vicenda processuale, che li vide assolti. Con eroismo inusitato, difendesti i tuoi diritti, la tua azienda e i tuoi dipendenti; il che di solito non si rammenta.
Testimoniasti una visione opposta a quella radicata in Calabria: non ci si piega a nessuno, se non alla legge vigente. Se vogliamo chiamiamola utopia, in un contesto, il nostro, segnato da legami e accordi nell’ombra, in cui le decisioni sono spesso assunte per l’utile di pochi.
In Calabria c’è una massoneria deviata, formale, che inizia a conoscersi grazie a un’informazione che non teme, a magistrati rigorosi e a istituzioni coscienti. E c’è una massoneria deviata di fatto, che, seppure lontana da simboli e riti esoterici, mantiene i calabresi sotto scacco, privandoli di diritti essenziali: salute, assistenza sanitaria, accesso alle risorse e alle provvidenze pubbliche.
Come ha avvertito Gratteri, il marcio abita anche, e soprattutto, negli uffici. Ogni giorno assistiamo alla creazione di codici da parte di dirigenti che sovrastano gli eletti e rappresentano il vero cancro dell’amministrazione pubblica, in quanto intoccabili, perpetui, abilissimi a cambiare pelle, bandiera, referenti.
Perciò la mafia è in primo luogo un problema culturale e morale, rispetto al quale la politica non ha saputo trovare strumenti efficaci di contrasto né fornito segnali di rottura. È proprio su questo aspetto, su questo tema, che si giocherà la partita per il domani della nostra terra, indipendentemente dagli schieramenti elettorali: da un lato magistrati, società civile, giornalisti e rappresentanti consapevoli; dall’altro poteri, gruppi sociali, stampa e politici che non vogliono vedere