Promemoria per la commissione d’accesso antimafia con nomi e cognomi

Si era ancora in campagna elettorale quando il 7 maggio 2015 iniziavano le prime grane per l’allora candidato a sindaco Paolo Mascaro. Tra le persone coinvolte nell’operazione Columbus, condotta dal Fbi e dalla Dda e dallo Sco di Reggio Calabria, figura anche un candidato alle amministrative di Lamezia. Si tratta di Franco Fazio, 46 anni, nato a Pianopoli e presente nella lista a sostegno di Mascaro sindaco tra le fila del Cdu. Secondo quanto si apprende dalle prime indiscrezioni che emergono dall’inchiesta condotta dal procuratore Gratteri, e che hanno portato a tredici arresti, si tratterebbe del braccio destro di Gregorio Gigliotti, originario di Serrastretta, già arrestato, e a capo del narcotraffico. Secondo gli inquirenti, l’aspirante consigliere comunale, sarebbe stato il brooker di Gigliotti tra Italia e Stati Uniti, con contatti con varie cosche: Berlingeri di Catanzaro, Violi di Sinopoli, e altri esponenti delle cosche di Vibo e Crotone. Inoltre, a Fazio sarebbe stato affidato il compito di gestire le trattative con i narcos in Costa Rica gestendo anche una società di import-export quale migliore canale per gestire i presunti traffici illeciti. Insomma una pedina fondamentale nello scacchiere del narcotraffico tra Usa, America Latina e ‘ndrine calabresi.

Passano pochi giorni (12 maggio) e nuova grana per colui che diventerà presto il nuovo primo cittadino di Lamezia. Si scopre che Giuseppe Cerra, detto Pino, ha trovato posto nella lista “Lamezia unita”, che sostiene la corsa del candidato a sindaco Paolo Mascaro. Il presunto rapporto tra l’aspirante consigliere e uno dei clan di ‘ndrangheta più potenti dell’intera Calabria emerge dalle dichiarazioni del pentito che sta facendo tremare i palazzi del potere lametino e non solo, Giuseppe Giampà, reggente della cosca fino al 2012. Andare dal boss per chiedere un appoggio elettorale era dunque quasi una prassi, una consuetudine piuttosto diffusa, almeno a dar per buone le dichiarazioni di Giampà: «Perché – ricorda il pentito – c’era (incomprensibile) e un amico di mio zio Vincenzo, e voleva aiutato»; «c’era Amatrova e voleva aiutato; c’era… ce ne erano altri, ora non me li ricordo». E poi c’era anche «Pino Cerra, un altro amico, e voleva aiutato».

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Nel frattempo Mascaro diventa sindaco della città. Dopo neanche un anno dall’insediamento della nuova amministrazione, iniziano a materializzarsi le cambiali sottoscritte in campagna elettorale per cercare di vincere a tutti i costi. E’ il 16 marzo 2016 quando il dottor Luigi De Sarro, medico presso l’ospedale cittadino, riceve l’avviso di garanzia dalla Procura di Lamezia. L’avviso di reato riguarda le ultime (maggio 2015) elezioni comunali, quando si presentò candidato il figlio Francesco (venticinquenne), che risultò il primo eletto con 934 voti, diventando poi presidente del consiglio comunale. Secondo la Procura il medico avrebbe pagato per procacciare voti al figlio. Con il medico sarebbero indagate altre due persone, che a loro volta avrebbero a carico un’intimidazione (avrebbero bruciato la macchina dl terzo “complice” perché non avrebbe diviso equamente il denaro avuto per l’acquisizione dei voti). Avviso di garanzia poi sfociato, nella citazione diretta in giudizio di Luigi De Sarro. Il processo si sarebbe dovuto tenere a metà gennaio del 2017 ma è poi stato rinviato, per alcuni difetti di notifica, a settembre prossimo.

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Il 2 febbraio 2017 altro boom giudiziario che si ripercuote anche sul Consiglio Comunale di Lamezia: scatta l’operazione “Robin Hood”. Quasi due milioni di euro, erogati dall’Ue per le famiglie disagiate calabresi, finiti in mano ad un comitato d’affari in odor di ‘ndrangheta grazie all’ex assessore regionale Nazzareno Salerno che, personalmente, avrebbe intascato 230mila euro per il “disturbo”. Lo scoprono i magistrati della Dda di Catanzaro, coordinata da Nicola Gratteri, che chiedono ed ottengono l’arresto di 9 persone, finite in manette all’alba tra Calabria, Lazio, Toscana e Veneto. Tutte accusate a vario titolo di turbativa d’asta, minaccia ed estorsione aggravata dal metodo mafioso, corruzione, peculato e abuso d’ufficio. In manette finisce, tra gli altri, l’ex presidente di Calabria Etica, Pasqualino Ruberto, candidatosi a sindaco alle Comunali di Lamezia 2015 e eletto consigliere comunale (poi revocato dal Prefetto). Secondo quanto emerso dalle indagini del Ros dei Carabinieri e del comando provinciale della Guardia di Finanza di Vibo Valentia, erano tutti parte di un vero e proprio comitato d’affari, costituito per gestire e accaparrarsi i fondi europei destinati al credito sociale gestiti da Calabria Etica, società in house della Regione, all’epoca presieduta da Pasqualino Ruberto. Creatura dell’assessorato al Lavoro, regno di Salerno, l’agenzia regionale, sulla carta destinata ad aiutare le famiglie disagiate, già qualche anno fa era finita al centro di un’inchiesta, a causa di centinaia di presunte assunzioni clientelari. A pochi giorni dalle regionali, che vedevano Salerno fra gli aspiranti in corsa per la rielezione, e in prossimità delle amministrative di Lamezia Terme, dove Ruberto correva per la carica di sindaco, Calabria Etica aveva assunto a tempo determinato circa 700 persone, quasi tutte residenti a Lamezia Terme. Proprio in quei mesi, Calabria Etica ha scelto di assumere una serie infinita di soggetti vicini o affiliati al clan, incluso uno dei cognati del boss Luigi Mancuso. Un’operazione a costo zero per il comitato d’affari, ma che ha pesato – e non poco – sui bilanci della Regione. A seguito del suo coinvolgimento nell’operazione, Ruberto decade da consigliere comunale, venendo sostituito dal secondo più votato della lista.

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Ad aprile 2017 scoppia il caso Sacal. Il rappresentante del Comune, Emanuele Ionà, fortemente voluto dallo stesso Mascaro in seno al Cda, ne esce malissimo per il suo modo di fare totalmente accondiscendente al trio, nel frattempo arrestato, Colosimo.Mancuso-Michienzi. Ionà infatti preme, per come evidenziato dalle intercettazioni, per far assumere persone di sua fiducia. In un’intercettazione, pero’, chiama in causa lo stesso primo cittadino di Lamezia Terme. L’intercettazione ambientale captata 9 luglio del 2015 tra Ionà e Mancuso ha un unico argomento: piazzare i propri raccomandati all’interno dell’aeroporto. Dopo avere insistito a lungo per un proprio personale amico, Ionà si fa portavoce del primo cittadino, «riferendosi – scrivono i magistrati di Lamezia Terme – evidentemente all’attuale amministratore lametino, avvocato Paolo Mascaro», il quale non risulta indagato in questo procedimento.
«Poi ho una richiesta del sindaco – dice a un certo punto Ionà –, non mi chiedete e non mi fate troppe domande, però penso che questo glielo puoi fare». In sostanza la dipendente dell’aeroporto sponsorizzata dal sindaco vuole lo scatto d’anzianità, ossia l’aumento del parametro retributivo e inoltre viene richiesto di lasciarla nelle mansioni d’impiego in cui si trovava. «Vuole il terzo livello», dice Mancuso che afferra al volo la richiesta di Ionà: «… il terzo livello – conferma Ionà –, perché dice che lo ha meritato comunque, mi diceva il sindaco che è una sua richiesta personale se è possibile fare, lo vuoi portare in consiglio? O te la puoi sbrigare tu?». Sul merito dello scatto d’anzianità Mancuso risponde con una risata e raccontando che «questa è un’altra cosa che è un anno che ci stiamo ragionando». Secondo i pm la richiesta di Ionà «viene ritenuta interessante (da un punto di vista investigativo) risiede nel fatto che la donna è la figlia […] di un noto pregiudicato che, fino agli inizi degli anni ’90 era un elemento di rilievo della cosca di ‘ndrangheta dei Muraca, soccombente all’esito della guerra tra cosche scoppiata in Lamezia Terme in quegli anni». Lo stesso padre era scampato a un tentato omicidio..

N.B. Mascaro, più volte da noi sollecitato, non ha inteso querelare il Ionà per calunnia o diffamazione o millantato credito.

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E veniamo alla stretta attualità. All’alba di martedì 24 maggio scatta l’operazione “Crisalide” che porta al fermo di 52 persone considerate legate al sodalizio criminale Cerra-Torcasio-Gualtieri. Le indagini sui presunti rapporti tra gli ambienti politici e la cosca sono ancora in corso ma portano già all’emissione di altrettanti avvisi di garanzia a carico di Giovanni e Giuseppe Paladino (rispettivamente padre e figlio) e di quel Pasqualino Ruberto candidato a sindaco nell’ultima tornata elettorale e già sospeso dal consiglio comunale in seguito al suo coinvolgimento nell’inchiesta  antimafia “Robin Hood” sulla presunta sottrazione di fondi destinati al Credito sociale. Giuseppe Paladino, consigliere comunale in carica nonché vice-presidente dello stesso consiglio (oggi, dopo l’avviso di garanzia, dimissionario) è indagato per avere chiesto appoggio elettorale alla già citata cosca “Cerra-Torcasio-Gualtieri” . Secondo una prima ricostruzione, Giuseppe Paladino, insieme a suo padre Giovanni e ad Antonio Miceli (uno dei 52 arrestati, ritenuto tra l’altro l’attuale capo cosca), nel corso della campagna elettorale avrebbe avuto un incontro con una esponente del clan Torcasio. Per evitare di essere riconosciuto, inoltre, Paladino nel momento di entrare nel luogo dell’incontro avrebbe calato sulla testa il cappuccio della felpa.
Alla consorteria criminale il candidato avrebbe lasciato il proprio materiale elettorale dal quale risulta la lista in cui si candidava, ossia “Pasqualino Ruberto sindaco”. Dal canto suo Ruberto, al momento, non risulterebbe avere avuto contatti diretti con la cosca, quanto essere stato nominato da Paladino e avere tenuto un comizio elettorale davanti al bar Royal di proprietà di Miceli. Le indagini su tutti i fronti sono comunque ancora aperte.
Per quanto riguarda il quadro politico, inoltre, Paladino nel ballottaggio tra Paolo Mascaro e Tommaso Sonni si schierò con l’attuale sindaco Mascaro, tant’è che dopo appena una decina di giorni dal suo insediamento lasciò la formazione politica con la quale era stato eletto per passare tra le fila della maggioranza. A seguito del suo coinvolgimento, assieme al padre , nell’inchiesta, Paladino mercoledì 24 maggio ha presentato le sue dimissioni irrevocabili dalla carica di consigliere comunale e vice-presidente dello stesso consiglio. Pasqualino Ruberto, Giuseppe Paladino (quale candidato al Consiglio Comunale di Lamezia Terme nella lista civica denominata “Pasqualino Ruberto sindaco”), nonché il dottor Giovanni Paladino (già Sindaco di Lamezia per il PSI in una giunta di sinistra, negli anni ’90), padre di Giuseppe, sono accusati del reato di concorso esterno nell’associazione mafiosa dei Torcasio-Cerra-Gualtieri. A fronte dell’appoggio elettorale, “esplicitamente richiesto dai tre indagati ed articolatosi nell’attività di procacciamento di voti e nella concreta propaganda elettorale, realizzata sotto forma di organizzazione di comizio elettorale davanti ai luoghi di ritrovo dei sodali dell’organizzazione criminale, nonché di attacchinaggio dei manifesti elettorali in via esclusiva e con modalità proprie dell’organizzazione ‘ndranghetista”, avrebbero fornito un concreto, consapevole e volontario contributo finalizzato alla conservazione e al rafforzamento delle capacità operative dell’associazione medesima su quel territorio”. Secondo le risultanze investigative, i Paladino si sarebbero recati in macchina nel “fortino” del clan Torcasio-Cerra dove avrebbero incontrato alcuni elementi di vertice della cosca, “verosimilmente Cerra Teresina al fine di richiedere l’appoggio elettorale della cosca”. Saliti sulla stessa auto Antonio Miceli (ritenuto il nuovo reggente del clan in quanto marito di Teresa Cerra), Giuseppe Paladino e Giovanni Paladino, quest’ultimo avrebbe esternato nelle intercettazioni il “timore che eventuali organi investigativi avessero potuto immortalare la loro presenza in quell’area tramite l’installazione di ipotetiche telecamere”. A rassicurare i due Paladino ci avrebbe pensato Antonio Miceli ma nonostante ciò, prima di scendere dalla macchina, Giovanni Paladino avrebbe intimato al figlio Giuseppe di “indossare il cappuccio del giubbotto in modo tale da poter travisare la sua identità”. Significativa in tal senso l’intercettazione in cui il futuro vicepresidente del Consiglio comunale di Lamezia Terme, seguendo il consiglio del padre di mettersi il cappuccio, esclamava: Ah, certo…così non sono io, no?…ce lo siamo messi il cappuccello? Nel corso del viaggio di ritorno, Giovanni Paladino – nei dialoghi captati dagli investigatori – avrebbe quindi elogiato i familiari acquisiti di Miceli Antonio, appartenenti alla cosca mafiosa dei Torcasio, commentando i rapporti che aveva intrecciato negli anni con Giovanni Torcasio classe 1960”, condannato a 7 anni e 4 mesi nell’operazione antimafia “Remake” e a 8 anni nell’operazione “Chimera”. Alla riunione elettorale fra i due Paladino e Antonio Miceli nel “fortino” dei Torcasio avrebbe partecipato – ad avviso degli investigatori – pure Antonia Torcasio, moglie proprio di Giovanni Torcasio. Siamo al 21 marzo 2015 e dopo tale riunione, ad avviso degli inquirenti, il futuro vicepresidente del Consiglio comunale di Lamezia Terme, Giuseppe Paladino, avrebbe iniziato a frequentare il bar Royal di Antonio Miceli sito nel quartiere di Capizzaglie. Un comizio elettorale di Pasqualino Ruberto, all’epoca candidato a sindaco di Lamezia, si sarebbe invece tenuto proprio nel piazzale davanti al bar Royal, con Antonio Miceli che nelle intercettazioni spiegava come Pasqualino Ruberto fosse considerato “dagli appartenenti a quella consorteria criminale un loro politico di riferimento”. Stiamo organizzando il comizio per sabato… Morbidone con Noi si è comportato bene…si comporta bene, glielo dobbiamo dare il voto…) diceva infatti nelle intercettazioni Antonio Miceli al suo interlocutore chiamando Pasqualino Ruberto con l’appellativo di “Morbidone”.  Per i ragazzi impegnati ad attaccare i manifesti elettorali di Giuseppe Paladino e Pasqualino Ruberto, secondo i carabinieri, Antonio Miceli avrebbe poi promesso 50 euro per il rimborso delle spese per il carburante consumato dalle macchine utilizzate per affiggere i manifesti e assicurato un futuro posto di lavoro” ai genitori dei ragazzi perché – spiegava nelle intercettazioni – “Almeno qualche posto di lavoro lo facciamo uscire poi…ora dobbiamo assumere tuo padre….” . Oltre a ciò, Antonio Miceli avrebbe promesso agli attacchini dei manifesti elettorali un euro e 50 per ogni manifesto affisso.

Tra i 52 fermati anche Antonio Mazza, 50 anni, anche lui candidato alle Comunali del 2015 dove ottenne 42 preferenze, non venendo quindi eletto, nella lista “Pasqualino Ruberto sindaco”. Mazza, secondo le accuse, si sarebbe adoperato affinchè il “reggente” del clan, Antonio Miceli, partecipasse ad alcune riunioni alle quali prendevano parte, oltre allo stesso Mazza, anche investitori stranieri intenzionati a realizzare, in area lametina, un non meglio specificato progetto che gli avrebbe consentito lauti guadagni; ed ancora, Mazza, per garantire il rafforzamento e il predominio della compagine investigata, incaricato da Miceli, si sarebbe adoperato per procacciare presso un ignoto fornitore campano, armi da guerra e congegni esplosivi (kalashnikov e bombe di micidiale potenza). Sempre su Mazza, gli inquirenti scrivono che lo stesso avrebbe “avvicinato Ruberto ai Torcasio, e per essi a Miceli”, in quanto Pasqualino Ruberto si sarebbe dovuto interessare a far assumere lo stesso Antonio Mazza alla Sacal, società che gestisce l’aereoporto di Lamezia Terme, mentre sul candidato Pietro Monterosso, 34 anni, candidato a consigliere comunale di Lamezia nel 2015 nella lista “Lamezia & Libertà” a sostegno del candidato a sindaco Paolo Mascaro, la Dda di Catanzaro sottolinea che lo stesso avrebbe chiesto il personale voto di Vincenzo Grande, quest’ultimo ieri arrestato con l’accusa di gestire per conto del clan Cerra-Torcasio-Gualtieri il traffico illecito di stupefacenti. “A tal proposito Vincenzo Grande – scrivono i magistrati nonostante gli comunicava che unitamente alla sua famiglia avesse promesso sostegno elettorale al candidato Paladino Giuseppe, dopo varie insistenze da parte del Monterosso, gli garantiva il suo voto”.

Ma non è finita qui, perché, sempre tra la cinquantina di arrestati dell’operazione “Crisalide” figura pure Alessandro Gualtieri, 28 anni, alias “Baggiano”, fidanzato della consigliera comunale di maggioranza, Marialucia Raso (poi “autosospesasi” da consigliere comunale: decisione anomale sulla quale il Prefetto ha recentemente richiesto spiegazioni).  Basta una veloce ricerca sul social network facebook per scoprire che il legame sentimentale fra i due (Gualtieri-Raso) va avanti dal 2011. Nulla di male se non fosse che, appunto da giugno 2015, la Raso ricopre un incarico pubblico (consigliere comunale) ed il fidanzato – Alessandro Gualtieri – da martedì 23 maggio si trova in carcere nell’ambito dell’operazione antimafia che ha colpito il clan Gualtieri-Torcasio-Cerra.  Nel pubblico profilo di Marialucia Raso compare poi un’altra foto che alla luce dell’arresto ieri di Alessandro Gualtieri rischia di creare qualche “imbarazzo”. La stessa ritrae infatti Marialucia Raso in compagnia – fra gli altri – di Alessandro Gualtieri e dei consiglieri comunali Armando Chirumbolo (eletto nel 2015 nella lista del Nuovo Centro Destra a sostegno di Paolo Mascaro quale sindaco) e Maria Grandinetti (eletta nella lista Lamezia Unita con Mascaro sindaco). La foto porta la data del 3 luglio 2016, quindi un anno dopo l’elezione in Consiglio comunale dei tre.

Per finire, il 30 maggio scorso si dimette l’ex vicesindaco e assessore Massimiliano Carnovale,  Assessore Carnovale con motivazioni che creano non poco imbarazzo al sindaco Mascaro e, quindi il 5 giugno scorso, si dimette anche l’assessore Angelo Bilotta,   Angelo-Bilottacon motivazioni estranee alle vicende giudiziarie e con tanto di ringraziamenti al sindaco e alla giunta. Al momento in cui scriviamo, nessuno degli assessori è stato sostituito. In precedenza, la giunta Mascaro aveva già registrato le dimissioni degli assessori Caglioti e Puteri, con motivazioni politiche fortemente critiche fermo la gestione amministrativa.

A questo punto è opportuna una precisazione: tutte le notizie sopra riferite sono tratte dalla cronaca giudiziaria riportata dagli atti ufficiali d’indagine, ma si tratta sempre di indagini che ancora non sono sfociate né in processi, né tanto meno in sentenze di condanna. E bisognerà aspettare quest’ultime prima di formulare un giudizio di colpevolezza, dal quale oggi ci asteniamo ribadendo che trattasi solo di indagini in corso e provvedimenti restrittivi aventi natura cautelare e non definitiva.

Se ne riferiamo qui, è solo ai fini della valutazione delle condizioni previste dall’art.143 del TUEL, per lo scioglimento di un consiglio comunale, tenendo presente che una delle autonome condizioni previste dalla legge è Quando emergono concreti, univoci e rilevanti elementi su collegamenti diretti o indiretti con la criminalità organizzata di tipo mafioso o similare degli amministratori”. Non senza dimenticare che sussistono le condizioni per lo scioglimento “pur quando il valore indiziario dei dati non sia sufficiente per l’avvio dell’azione penale, essendo asse portante della valutazione di scioglimento, da un lato, la accertata o notoria diffusione sul territorio della criminalità organizzata …(Consiglio di Stato, VI, 24 aprile 2009, n. 2615; 6 aprile 2005, n. 1573). Cosa che, a Lamezia, purtroppo, non può essere messa in dubbio.

P.S. #lamafiaèunamontagnadimerda

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