Scioglimento sì, scioglimento no

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Circola sempre più diffusamente la voce dell’avvio della procedura prodromica allo scioglimento dell’amministrazione comunale, a seguito dell’interrogazione proposta dai parlamentari 5 Stelle (da noi pubblicata qui). Mai come questa volta stiamo misurando nei fatti la distanza tra il mondo della politica e il pensiero dei comuni cittadini. Da una parte, infatti, tutti i partiti, nessuno escluso, che dichiarano la loro contrarietà ad un’ipotesi di scioglimento, così gravemente motivata, che comporterebbe la perdita di tutte le poltrone così faticosamente e dispendiosamente accaparrate; dall’altra la gran parte dei cittadini lametini che, pur di non subire altri 36 mesi di amministrazione Mascaro, accetterebbero di buon grado 12 mesi (prorogabili, in casi eccezionali fino a 24 mesi) di commissariamento col conseguente, ma non irrilevante, particolare della scomparsa di tutta l’attuale classe politica. E sì, perché alla luce delle delle dichiarazioni di questi giorni, tutti sarebbero colpiti dalle conseguenze di uno scioglimento anticipato: i partiti di maggioranza, per responsabilità diretta, i partiti d’opposizione che negano la sussistenza delle condizioni per un provvedimento del governo centrale.

Ma vediamole allora queste condizioni, stabilite nell’art.143 del Testo Unico degli Enti Locali. La legge indica tre distinte ipotesi tutte autonomamente idonee a provocare lo scioglimento di un comune:

    1. Quando emergono concreti, univoci e rilevanti elementi su collegamenti diretti o indiretti con la criminalità organizzata di tipo mafioso o similare degli amministratori,
    2. ovvero su forme di condizionamento degli stessi, tali da determinare un’alterazione del procedimento di formazione della volontà degli organi elettivi ed amministrativi e da compromettere il buon andamento o l’imparzialità delle amministrazioni comunali, nonché il regolare  funzionamento dei servizi ad esse affidati,
    3. ovvero che risultino tali da arrecare grave e perdurante pregiudizio per lo stato della sicurezza pubblica,

tali elementi possono essere riferiti anche al segretario comunale, al direttore generale, ai dirigenti ed ai dipendenti dell’ente”.

Il compito di documentare l’esistenza di una o più di queste condizioni è rimesso ad una commissione prefettizia, ma ognuno di voi, leggendole e pensando alle proprie esperienze quotidiane, può già farsi un’idea in proposito.

Lo scioglimento dell’organo elettivo, secondo la giurisprudenza, “non ha finalità repressive nei confronti di singoli ma di salvaguardia dell’amministrazione pubblica” (C. Stato, VI, 13 maggio 2010, n. 2957) e si connota quale “misura di carattere straordinario per fronteggiare un’emergenza straordinaria” (Corte Cost., 19 marzo 1993, n. 103; C. Stato, VI, 10 marzo 2011, n. 1547).

Gli elementi che giustificano lo scioglimento dei consigli comunali devono essere tali da rendere plausibile il condizionamento degli amministratori “pur quando il valore indiziario dei dati non sia sufficiente per l’avvio dell’azione penale, essendo asse portante della valutazione di scioglimento, da un lato, la accertata o notoria diffusione sul territorio della criminalità organizzata e, dall’altro, le precarie condizioni di funzionalità dell’ente in conseguenza del condizionamento criminale”. Il compimento, da parte dell’amministrazione comunale, di atti illegittimi non è sufficiente a determinare lo scioglimento dell’ente in quanto “è necessario un quid pluris, consistente in una condotta, attiva od omissiva, condizionata dalla criminalità anche se subita, riscontrata dall’amministrazione competente con discrezionalità ampia, ma non disancorata da situazioni di fatto suffragate da obbiettive risultanze che rendano attendibili le ipotesi di collusione, così da rendere pregiudizievole per i legittimi interessi della comunità locale il permanere alla sua guida degli organi elettivi” (C. Stato, VI, 24 aprile 2009, n. 2615; 6 aprile 2005, n. 1573).

Inoltre, in presenza di un fenomeno di criminalità organizzata diffuso nel territorio, gli elementi posti a conferma di collusioni, collegamenti e condizionamenti vanno considerati nel loro insieme, poiché solo dal loro esame complessivo può ricavarsi la ragionevolezza della ricostruzione di una situazione identificabile come presupposto per l’adozione della misura dello scioglimento (v. C. Stato, IV, 6 aprile 2005, n. 1573; 4 febbraio 2003, n. 562; V, 22 marzo 1998, n. 319; 3 febbraio 2000, n. 585).

A questo punto occorre domandarsi se esiste un’alternativa per questa amministrazione, già caduta nei fatti, per evitare l’onta del terzo scioglimento del comune di Lamezia Terme. Un’alternativa c’è e noi l’invochiamo a gran voce: le immediate dimissioni del sindaco e di tutto il suo gabinetto, con conseguente definitivo abbandono della scena politica.

Se il sindaco, come non manca mai di ripetere, ama svisceratamente questa città (ma in molti, noi compresi, lo dubitano), faccia questo gesto estremo, almeno in questo avremo un buon ricordo di lui.

Per approfondimenti:

Art.143 TUEL

IL PROCEDIMENTO PER LO SCIOGLIMENTO DI UN COMUNE

La giurisprudenza amministrativa sul tema: profili e massime